Poi parlando con Donato Stolfi ci siamo detti “Sarebbe interessante provare a fare uno spettacolo in cui si restituisce un po’ quello che era il rap delle origini, quando ancora non era così diffuso l’hip hop, e nella fattispecie il rap, e si era soliti descriverlo come una sorta di parlare cantando su una base molto ritmata”. Questo approccio va in totale controtendenza con il rap dalle megaproduzioni di oggi, possiamo considerarlo un esercizio di stile con una certa lieve forma di protesta?«No no, perché l’hip hop, e nella fattispecie il rap, è un grande delta che con il passare degli anni si amplia in un reticolo di rigagnoli, non ci si può arrabbiare se si scopre che una parte di questo fiume sta andando in territori che tu determini acquitrinosi, perché altri, che sono gente di palude, lo amano e lo rispettano per quello che è. Oggi c’è un diverso approccio, il rap rappresenta l’emanazione del pubblico di riferimento e in questi anni i ragazzi hanno più uno sguardo verso il proprio intimo; mai negli anni ‘90 ci si poneva il problema dell’analisi psicologica, del ricorso ad analisti, perché non erano chiaramente problemi, erano modi di essere, non problemi, non cose che si possono in qualche maniera risolvere.